Con il passare degli anni diventa sempre più importante salvaguardare la salute del nostro sistema muscoloscheletrico. Nell’ambito di una strategia di prevenzione la visita ortopedica gioca un ruolo fondamentale: non offre solo un percorso verso la diagnosi e il trattamento di lesioni e patologie, ma ci permettere di monitorare le funzionalità dell’apparato locomotore.
Rivolgersi ad uno specialista ortopedico significa compiere un passo concreto per migliorare la nostra qualità della vita. Attraverso le sue consulenze e le terapie prescritte sarà possibile gestire al meglio anche alcune condizioni croniche, come ad esempio l’osteoartrite.
Nelle prossime righe scopriremo quanto sia importante sottoporsi ad una visita ortopedica e ci soffermeremo sulle tipologie di esami e trattamenti suggeriti solitamente dall’ortopedico.
Come abbiamo già evidenziato in apertura di questo articolo, una visita ortopedica non serve semplicemente a diagnosticare lesioni acute o patologie croniche. Questo tipo di valutazione specialistica concorre alla prevenzione di futuri problemi muscoloscheletrici, contribuendo a preservare la mobilità del paziente.
Durante una visita, lo specialista ortopedico non esamina solo i sintomi presenti, ma anche lo stile di vita, le abitudini lavorative e sportive del paziente, offrendo consigli su come evitare infortuni futuri e su come migliorare la salute delle ossa e delle articolazioni.
Al di là dell’osservazione delle problematiche che determinano una limitazione alla mobilità, la visita ortopedica si concentra sulla diagnosi di una vasta gamma di condizioni, tra cui disturbi degenerativi come l’artrosi, malattie infiammatorie come l’artrite, lesioni da sovraccarico, distorsioni, fratture e condizioni congenite o di sviluppo, come ad esempio la scoliosi.
La prevenzione è un aspetto essenziale nelle cure ortopediche. Il medico ha in qualche modo il compito di instradare i pazienti verso l’apprendimento delle pratiche più idonee a mantenere la salute delle articolazioni, migliorare la postura e rinforzare i muscoli, contribuendo così a prevenire l’insorgenza di ulteriori problemi e a gestire meglio quelli già esistenti.
I controlli periodici sono particolarmente importanti per gli atleti, per le persone che svolgono lavori fisicamente impegnativi, ed ovviamente per gli anziani, che possono essere maggiormente suscettibili alle lesioni e all’usura articolare.
Che cosa fare in vista della prima visita ortopedica? In realtà non c’è una vera e propria procedura da seguire, ma semplicemente una serie di raccomandazioni utili per facilitare una diagnosi accurata e una strategia di trattamento efficace.
Ecco cosa un paziente dovrebbe preparare prima dell’appuntamento con l’ortopedico:
Infine, si consiglia anche di presentarsi alla visita ortopedica in abiti comodi. Infatti, lo specialista potrebbe chiedere al paziente di eseguire semplici movimenti ed esercizi per valutare il grado di mobilità.
Come si svolge la visita ortopedica?
La visita ortopedica inizia sempre con una conversazione approfondita tra il paziente e lo specialista, nota come anamnesi. In questa fase iniziale, l’ortopedico cerca di raccogliere informazioni sulla storia medica del paziente, sui sintomi attuali, su eventuali trattamenti e interventi chirurgici subiti in passato, e sull’uso di farmaci.
Questo dialogo è essenziale per inquadrare non solo il problema immediato, ma anche il contesto generale di salute del paziente. Lo step successivo è costituito dall’esame fisico obiettivo, durante il quale vengono valutati aspetti come la postura del paziente, la mobilità delle articolazioni, la presenza di gonfiori o infiammazioni e la forza muscolare.
Attraverso la palpazione delle aree interessate e la valutazione dei riflessi e della capacità di movimento, lo specialista è in grado di identificare segni specifici che potrebbero indicare la presenza di una patologia o di un infortunio.
Una volta raccolte tutte le informazioni necessarie, lo specialista elabora una diagnosi differenziale, considerando le varie condizioni che potrebbero spiegare i sintomi del paziente. Questo processo di analisi è spesso supportato da esami diagnostici come radiografie, TAC, ecografie e risonanze magnetiche, le quali consentono una visione dettagliata delle strutture interne del corpo.
Sulla base della diagnosi stabilita, lo specialista propone un piano di trattamento personalizzato, che può variare dalle terapie conservative, come la fisioterapia e la modifica dello stile di vita, a trattamenti farmacologici, fino, nei casi più gravi, a interventi chirurgici.
Come abbiamo avuto modo di notare, a seconda dei sintomi e dei risultati dell’esame obiettivo, possono essere prescritti diversi tipi di esami per approfondire la comprensione dello stato di salute del paziente e pianificare trattamento personalizzato.
La radiografia è spesso il primo esame diagnostico prescritto in ortopedia. Utilizza raggi X per creare immagini delle strutture ossee, consentendo di identificare fratture, disallineamenti e altri problemi scheletrici con rapidità e precisione.
La Tomografia Computerizzata (TAC), invece, offre immagini dettagliate delle strutture ossee attraverso l’uso combinato di raggi X e tecnologia informatica. Fornisce una visione tridimensionale dell’area di interesse, permettendo di analizzare con precisione fratture complesse e patologie ossee. La TAC è particolarmente utile per esaminare in dettaglio la morfologia delle strutture coinvolte in un infortunio o in una patologia.
Infine, la Risonanza Magnetica (RM) utilizza campi magnetici e onde radio per produrre immagini dettagliate dei muscoli, legamenti, tendini, e cartilagini. Questo esame è indispensabile per la diagnosi di lesioni dei tessuti molli, problemi articolari e patologie della colonna vertebrale: offre immagini ad alta risoluzione che non sono ottenibili con altre tecniche di imaging.
In alcuni casi, possono essere necessari gli esami del sangue o delle urine, i quali aiutano a identificare marcatori di infiammazione, infezioni o altre condizioni sistemiche che potrebbero influenzare l’apparato muscoloscheletrico.
In seguito alla visita ortopedica lo specialista consiglierà un determinato trattamento a seconda delle condizioni cliniche riscontrate nel paziente. Quali sono i principali interventi nell’ambito dell’ortopedia?
In linea generale, il primo approccio consiste in trattamenti conservativi, che possono includere riposo, applicazione di ghiaccio o calore, e l’uso di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS).
La fisioterapia rappresenta un’altra componente chiave di questo genere di trattamenti, con programmi personalizzati che mirano a migliorare la forza, la flessibilità e la mobilità, oltre a tecniche specifiche per la gestione del dolore.
Per alcune condizioni possono essere utili iniezioni di corticosteroidi o di acido ialuronico direttamente nell’articolazione: tali sostanze permettono la riduzione dell’infiammazione e il miglioramento della funzionalità articolare. Sono particolarmente indicate per le patologie come l’artrosi.
Oltre ai già citati FANS, possono essere prescritti farmaci specifici per trattare condizioni sottostanti, come i modificatori della malattia antireumatici (DMARD) per l’artrite reumatoide, o supplementi di calcio e vitamina D per l’osteoporosi, al fine di migliorare la salute delle ossa e prevenire fratture.
Quando i danni strutturali sono significativi ed i trattamenti fin qui osservati non contribuiscono al miglioramento del quadro clinico, non resta che la via dell’operazione chirurgica.
Gli interventi possono variare da procedure minimamente invasive e pensate appositamente per le patologie articolari, come l’artroscopia, a interventi maggiori come la sostituzione articolare (artroplastica) in casi di artrosi avanzata. L’obiettivo della chirurgia è di ripristinare le funzionalità dell’apparato muscoloscheletrico migliorando la qualità della vita del paziente.
La riabilitazione è un aspetto irrinunciabile di ogni trattamento, sia esso conservativo o chirurgico. È fondamentale per recuperare la massima funzionalità possibile, ridurre il rischio di ulteriori lesioni e assicurare un ritorno ottimale alle attività quotidiane e sportive.
Ogni paziente necessita un approccio personalizzato studiato sui suoi obiettivi e sulle sue esigenze. Al tempo stesso però, è di vitale importanza che egli collabori apertamente con il team di cura, attenendosi alle disposizioni dell’ortopedico e comunicando qualsiasi preoccupazione o cambio delle proprie condizioni di salute.
La prevenzione in ambito ortopedico passa indubbiamente dal mantenimento di uno stile di vita attivo e salutare. L’esercizio fisico regolare aiuta non solo a rafforzare muscoli e articolazioni, ma anche a mantenere il peso corporeo in un intervallo ottimale, riducendo così lo stress su ginocchia, fianchi e schiena. Attività come il nuoto, il ciclismo e la camminata sono spesso raccomandate per la loro efficacia nel migliorare la forza e la flessibilità senza imporre un carico eccessivo sulle articolazioni.
Un’altra componente chiave della prevenzione ortopedica è l’ergonomia, soprattutto per chi trascorre molte ore seduto o svolge lavori fisicamente impegnativi. L’adozione di posture corrette durante il lavoro e l’utilizzo di attrezzature ergonomiche possono prevenire lo sviluppo di disturbi muscoloscheletrici come il dolore cervicale e lombare, le sindromi da uso eccessivo e le lesioni da sovraccarico.
Altro aspetto da non sottovalutare è quello della nutrizione. Il piano alimentare dovrebbe essere caratterizzato da una dieta bilanciata ricca di calcio e vitamina D, mirata al sostenimento della salute delle ossa. Inoltre, sarebbe opportuno evitare sostanze nocive come il tabacco, responsabile di patologie cardiovascolari e capace di influenzare negativamente anche le ossa.
La visita ortopedica è ovviamente un altro elemento che non può essere escluso da una strategia di prevenzione. La valutazione regolare da parte di uno specialista ortopedico può identificare precocemente segni di potenziali problemi muscoloscheletrici, consentendo interventi tempestivi per scongiurare l’aggravarsi delle condizioni.
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Nell’immaginario comune il medico dello sport è semplicemente quel professionista che si occupa di rilasciare i certificati necessari per svolgere un’attività sportiva agonistica o amatoriale.
Sì, certamente questa è una delle mansioni di tale specialista. Ciò nonostante, le sue responsabilità sono molto, ma molto più vaste. Allora, che cosa fa un medico dello sport?
Lo scopriremo nelle prossime righe soffermandoci sul percorso formativo necessario per ricoprire questo ruolo e andando a scoprire gli esami e le attività svolte da questo professionista, così fondamentale per la promozione di un approccio sano e consapevole allo sport.
Il percorso per diventare medico dello sport è complesso e articolato: richiede dedizione, una buona dose di studio e una formazione specialistica che va ben oltre il curriculum di base in medicina.
Il primo step è rappresentato dal conseguimento di una laurea in Medicina e Chirurgia. Questo corso di studi, della durata di sei anni, fornisce le basi scientifiche e cliniche indispensabili per ogni medico, indipendentemente dalla specializzazione futura. Durante questo periodo, gli studenti acquisiscono conoscenze fondamentali in materie come anatomia, fisiologia, patologia e farmacologia, oltre a competenze pratiche attraverso i tirocini clinici.
Dopo aver ottenuto la laurea in Medicina e Chirurgia e superato l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione medica, il candidato deve iscriversi ed essere ammesso a una Scuola di Specializzazione in Medicina dello Sport.
Il programma di specializzazione, della durata di quattro anni, è accessibile tramite concorso e si svolge in istituti accreditati. I medici in formazione approfondiscono le loro conoscenze sulle specificità della fisiologia dell’esercizio, sulla prevenzione e gestione degli infortuni sportivi, sulla nutrizione sportiva e sulla psicologia dell’atleta.
La formazione include sia lezioni teoriche sia esperienze pratiche, come stage in centri sportivi, squadre o federazioni sportive, dove i futuri medici dello sport potranno applicare direttamente le loro competenze.
La medicina dello sport è un campo in costante evoluzione, pertanto è essenziale che i medici specializzati continuino a seguire corsi, seminari, workshop e convegni nazionali e internazionali, oltre che a mantenersi aggiornati attraverso la lettura critica di pubblicazioni scientifiche di settore.
L’Educazione Continua in Medicina (ECM) è un requisito per tutti i professionisti che desiderano garantire la migliore assistenza possibile ai propri pazienti.
Oltre alla specializzazione, il medico dello sport deve anche sviluppare alcune competenze trasversali, come ad esempio modalità di comunicazione efficaci con atleti e staff tecnico ed una sensibilità etica, soprattutto su tematiche delicate come il doping.
La capacità di lavorare in team multidisciplinari è altrettanto cruciale, dato che la cura dell’atleta spesso richiede un approccio collaborativo che coinvolge fisioterapisti, nutrizionisti, psicologi dello sport e altri specialisti.
Il medico dello sport svolge un ruolo importante nell’ambito della medicina sportiva, occupandosi non solo della prevenzione e del trattamento delle patologie legate all’attività fisica, ma anche di una vasta gamma di responsabilità che, come abbiamo già accennato, vanno ben oltre la semplice certificazione dell’idoneità sportiva.
Nonostante effettui numerose attività, la valutazione dell’idoneità sportiva resta pur sempre uno degli esami fondamentali effettuati dal medico dello sport. Il procedimento per ottenere la certificazione include una serie di test fisici e valutazioni cliniche mirate a determinare se un individuo è fisicamente adatto a partecipare a un’attività sportiva specifica, sia essa a livello amatoriale che professionistico.
Gli esami possono variare in base allo sport praticato e possono includere:
Oltre agli esami per l’idoneità sportiva, il medico dello sport si occupa del monitoraggio della salute a lungo termine degli atleti attraverso valutazioni periodiche, utili a tenere sotto controllo le loro condizioni fisiche e prevenire l’insorgenza di infortuni.
Negli atleti professionisti la dieta gioca un ruolo fondamentale al fine di mantenere un ottimo stato di forma e migliorare le prestazioni agonistiche. Il medico dello sport fornisce consulenze sull’alimentazione più adatta ad uno sportivo, considerando le esigenze energetiche e nutrizionali legate al tipo di sport praticato e agli obiettivi individuali.
Altra area di intervento di vitale importanza è quella riguardante la gestione dei traumi sportivi. In questo caso il medico dello sport si occupa del trattamento immediato degli infortuni e della pianificazione del percorso di riabilitazione.
Il medico dello sport abbraccia una visione olistica, considerando l’atleta nella sua interezza e non limitandosi agli aspetti puramente fisici. Oltre a tutte le attività viste nei paragrafi precedenti, spetta al cosiddetto “dottore dello sport” anche il ruolo di educatore.
Impartisce ai propri pazienti nozioni di educazione sanitaria e alimentare e motiva le persone di tutte le età a praticare sport per godere dei benefici di una corretta e sana attività fisica. La sua competenza si estende anche alla conoscenza degli effetti dei farmaci sulle prestazioni sportive, aspetto essenziale per scoprire possibili frodi o alterazioni delle prestazioni, come nel caso del doping.
Al tempo stesso il medico dello sport pone particolare attenzione alla dimensione psicologica degli atleti. Infatti, egli sa bene quanto la salute mentale possa incidere sulle prestazioni sportive e sul benessere generale dell’atleta.
Lo stress competitivo, la pressione per il raggiungimento di risultati e il recupero da infortuni possono avere un impatto significativo sulla tenuta mentale degli sportivi. Il medico dello sport è solitamente tra i primi a riconoscere i segni di stress, ansia o altri disturbi psicologici ed indirizzarli verso uno specialista in psicologia dello sport.
Il medico dello sport rappresenta quindi un pilastro fondamentale per la salute e il benessere di chi pratica attività agonistiche e amatoriali: contribuisce a rendere la pratica sportiva un’esperienza sicura, piacevole e accessibile a tutti tenendo conto delle esigenze fisiche, psicologiche e sociali degli atleti.
Il Testo unico sulla Sicurezza, ovvero il D. lgs 81/08, è solamente l’ultimo tassello di un lunghissimo percorso che affonda le sue radici nei secoli passati. Infatti, per comprendere le evoluzioni delle varie normative, che oggi tutelano la sicurezza dei lavoratori, è necessario andare a ritroso nel tempo fino ad arrivare alle origini della storia della sicurezza sul lavoro.
A questo punto non ci resta che iniziare il viaggio partendo dalla domanda: «Quando è nata la medicina del lavoro?».
Individuare il padre della medicina del lavoro non è certamente un’operazione facile. Nel corso della storia della sicurezza sul lavoro sono presenti più protagonisti, i quali a fasi alterne si sono interessati al tema della tutela della salute negli ambienti di lavoro.
Già Ippocrate, il maestro greco a cui si attribuisce l’istituzione della scienza medica, stimolava i propri alunni ad indagare sull’attività lavorativa dei pazienti per individuare una correlazione tra le patologie rilevate e le loro condizioni di vita.
Per avere il primo trattato sulle malattie professionali bisogna però aspettare il XVI secolo. Nel 1556 il medico tedesco, Georg Bauer, più noto con il nome latino di Giorgio Agricola, scrive il “De Re Metallica”. Nelle sue pagine lo studioso, approfondendo temi di metallurgia e mineralogia, osserva l’emergere tra i minatori una malattia comune che colpisce i polmoni dei lavoratori.
Dalle descrizioni presenti nel trattato la patologia è facilmente riconducibile alla silicosi. Già all’epoca Agricola consiglia ai minatori di proteggersi indossando mascherine di velo da apporre sul volto.
Nello stesso periodo un altro studioso dal nome Paracelso pubblica il “De Morbis Matallicis seu Mineralibus”, nel quale continua a studiare le condizioni di salute dei minatori e anche quelle dei lavoratori delle fonderie, soffermandosi in particolar modo sugli effetti nocivi provocati dall’arsenico, dal piombo e dal mercurio.
Per trovare la risposta più esaustiva al nostro quesito iniziale, dobbiamo fare un balzo in avanti di un paio di secoli e soffermarci sulla figura di Bernardo Ramazzini. Si tratta di un professore dell’Università di Medicina di Modena e Padova, che nel 1700 scrive il “De Morbis Artificum Diatriba”, il primo lavoro sulle malattie occupazionali.
Ramazzini nel suo trattato associa ad ogni singolo mestiere alcune patologie correlate. La sua analisi si basa su uno studio approfondito dei fattori di rischio legati ad ogni mansione e alle sostanze utilizzate durante l’attività lavorativa. Per contrastare l’emergere delle malattie più note, elabora per ogni tipologia di ambiente lavorativo studiato una strategia terapeutica ed una serie di misure di prevenzione da adottare.
In sostanza, il professore anticipa di circa 300 anni le basi della moderna medicina del lavoro introducendo nozioni di igiene industriale e tanto altro ancora. Proprio per tale motivo, Bernardo Ramazzini è considerato il papà della medicina del lavoro.
Il XIX secolo è contraddistinto dalla rivoluzione industriale, la quale segna il passaggio epocale dal lavoro artigianale a quello di fabbrica. Nei nuovi stabilimenti le condizioni di lavoro sono alquanto precarie e soprattutto non è prevista alcuna norma per tutelare i nuovi operai: si lavora per più di 12 ore al giorno in spazi piccoli e angusti, dove l’insorgere delle malattie professionali è all’ordine del giorno. Inoltre, la grande richiesta di manodopera coinvolge la società in maniera trasversale: per sopperire alla domanda in costante crescita entrano in fabbrica anche donne e bambini.
Le immagini dei sobborghi industriali di tutta Europa ed il malcontento degli operai impongono il dovere sociale e morale di regolamentare in maniera più efficace il lavoro. In Italia nel 1883, dalla collaborazione tra il Ministero dell’Industria e diverse casse di risparmio e credito, nasce la prima assicurazione volontaria per i lavoratori che porterà alla creazione della Cassa Nazionale Infortuni (CNAIL). Con le leggi del 1898 e 1904 la cassa viene poi trasformata in un sistema di previdenza collettivo conosciuto tutt’oggi come INAIL.
Ad inizio del ‘900 la medicina del lavoro diventa una branca ufficiale della scienza medica, soprattutto grazie all’instancabile lavoro di Luigi De Voto, medico che passò tutta la sua carriera a studiare le malattie professionali. Per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema De Voto fonda il primo periodico sulla medicina del lavoro chiamato “Il Lavoro” e organizza il primo “Congresso internazionale di Medicina del Lavoro”.
Il Novecento è indubbiamente il secolo più importane per la storia della sicurezza sul lavoro. È proprio in questo periodo che vengono emanati tutti quei decreti che condurranno nel 2008 alla creazione del Testo unico sulla Sicurezza.
Prima di arrivare al D. Lgs 81/08 però c’è stato un lungo percorso normativo, a volte tortuoso e non sempre facile. Nel 1929 nasce la Società italiana di Medicina del Lavoro, la quale riuscì a far sostituire il medico di fabbrica (un comune medico che su richiesta dell’azienda svolgeva delle visite sui luoghi di lavoro) con una figura competente specializzata in malattie professionali.
Le più importanti novità sulla sicurezza e la tutela della salute dei lavoratori vengono introdotte nel secondo dopoguerra. A metà degli anni ’50 vengono promulgate alcune importanti norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro (D.P.R. 547/1955) e d’igiene del lavoro (D.P.R. 303/1956).
I movimenti operai e sindacali degli anni ’70 contribuiscono poi a mettere sempre più al centro la tutela del lavoratore all’interno delle aziende. Non a caso, è proprio del 1970 l’emanazione dello Statuto dei Lavoratori.
Anche la figura del medico in azienda lentamente si trasforma: da semplice consulente, come appunto poteva essere il già citato medico di fabbrica, diventa autonomo, indipendente e soprattutto capace di influire attraverso le sue valutazioni sulle scelte aziendali.
Il D.lgs. 626/ 94, in accordo con le direttive europee, definisce infine gli obblighi del datore di lavoro e dei lavoratori. Inoltre, introduce nuove figure professionali, ovvero il medico competente, il responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP) ed il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS). La valutazione del rischio diventa così frutto di un’analisi aziendale a cui devono collaborare tutti gli attori appena citati.
Quattordici anni dopo la legge 626 entra invece in vigore il D. Lgs 81/08, il quale accorpa e riunisce tutte le normative precedenti in un unico testo. Anch’esso nel corso degli ultimi anni è stato oggetto di diverse integrazioni (alcune recentissime): la storia della sicurezza sul lavoro è in costante evoluzione per raggiungere un orizzonte in cui il rischio di malattie professionali sia ridotto al minimo.
Il Decreto Lavoro 2023 ha introdotto alcune importanti novità anche in materia di Sicurezza e Tutela della Salute dei lavoratori. Nello specifico, il Testo Unico sulla Sicurezza, ovvero il D. Lgs. 81/08 è stato oggetto di nuove integrazioni. Quali sono?
Nelle prossime righe andremo ad esaminare le novità previste dal nuovo testo di legge, le quali vanno a toccare differenti aspetti in tema di sicurezza, a partire dall’estensione della sorveglianza sanitaria fino agli obblighi del datore di lavoro.
Le modifiche apportate dal Decreto Lavoro 2023 al D. Lgs. 81/08 sono già realtà. Infatti, le nuove disposizioni sono entrate in vigore a partire dal 5 maggio 2023. Osserviamo ora nel dettaglio tutte le novità che interessano il Testo Unico sulla Sicurezza.
Gli articoli del nuovo Decreto Lavoro che intervengono in materia di Sicurezza e Tutela della Salute sul lavoro, integrando il D. Lgs. 81/08, sono i seguenti:
Passiamo ad osservare nello specifico le integrazioni apportate dal nuovo Decreto Lavoro 2023 al Testo Unico sulla Sicurezza.
L’integrazione dell’articolo 18 amplia i casi in cui il Datore di Lavoro è obbligato alla nomina del Medico Competente. La Sorveglianza Sanitaria diventa obbligatoria, non solo nei casi previsti dalla legge, ma anche quando dalla Valutazione dei Rischi, emerge un potenziale pericolo per la salute dei lavoratori.
Facciamo un esempio per rendere il tutto più chiaro: la presenza di condizioni climatiche estreme per i lavoratori outdoor, così come la presenza in azienda di lavoratori fragili (cardiopatici, diabetici, ecc.), può determinare la nomina di un medico del lavoro.
Le modifiche dell’art. 21 riguardano in particolar modo il settore edilizio. Nello specifico si obbligano i lavoratori autonomi ad adottare le medesime misure di tutela e sicurezza previste nei cantieri temporanei o mobili.
L’integrazione cerca di regolamentare l’utilizzo di quelle che la legge definisce “opere provvisionali”, come ad esempio i ponteggi. Questi ultimi sono tristemente noti come una delle principali cause di infortunio sul lavoro nel settore edile, proprio perché spesso non rispettano determinati standard di sicurezza.
Inoltre, in base alle novità introdotte dal Decreto Lavoro 2023, l’utilizzo da parte dei lavoratori autonomi di opere provvisionali idonee diventa anche un elemento di valutazione dell’idoneità tecnico-professionale rilasciata obbligatoriamente per legge da parte del committente.
Le modifiche all’articolo 25 introducono due nuove importanti disposizioni:
La cartella sanitaria non va confusa con il fascicolo elettronico. È l’unico strumento a disposizione del medico competente per ricostruire lo stato di salute del lavoratore durante i suoi precedenti impieghi. Le cartelle sanitarie sono conservate dal datore di lavoro per 10 anni a partire dalla fine del rapporto lavorativo.
La nuova disposizione in un certo senso assicura il monitoraggio dello stato di salute del lavoratore lungo tutto l’arco della sua carriera. Inoltre, garantisce al medico competente tutte quelle informazioni necessarie per definire la miglior strategia terapeutica per il lavoratore.
Per quanto riguarda invece la sostituzione del medico competente la nuova norma semplifica di gran lunga le procedure burocratiche. Un tempo il medico competente, impossibilitato a svolgere la propria funzione per motivi di salute o gravi impedimenti, poteva farsi sostituire da un collega, che però doveva esser nominato dal datore di lavoro. Grazie alla nuova integrazione il medico competente può scegliere direttamente il proprio sostituto.
La modifica dell’articolo citato è inerente al comma riguardante le verifiche periodiche delle attrezzature utilizzate in azienda. Prima della promulgazione del Decreto Lavoro 2023 tale attività d’ispezione spettava alla ASL e all’INAIL. Questi ultimi a loro volta potevano avvalersi del supporto di soggetti pubblici o privati per effettuare le operazioni di controllo.
L’integrazione al D. Lgs 81/08 concede invece la possibilità di svolgere le verifiche periodiche a soggetti privati qualificati, senza dover far più riferimento all’INAIL o all’ASL.
Le integrazioni apportate all’articolo 72 obbligano il noleggiatore di attrezzature a fornirle esclusivamente a operatori muniti dei titoli abilitativi e delle licenze necessarie. A sua volta, il soggetto che noleggia le attrezzature deve produrre un’autocertificazione, nella quale indica i lavoratori che ne faranno uso e gli attestati formativi in loro possesso.
Grazie all’integrazione dell’articolo 73 viene finalmente normato in modo chiaro l’obbligo inderogabile del datore di lavoro, che utilizza le attrezzature di lavoro, a provvedere autonomamente alla propria formazione in materia.
Qualora utilizzasse le attrezzature senza alcuna qualifica potrebbe incappare in una sanzione penale, che contempla l’ammenda e addirittura l’arresto.