Lo smart working è stato il grande protagonista del periodo pandemico ed in un certo senso ha rappresentato una vera e propria rivoluzione nel mondo del lavoro. Tutt’oggi, nonostante la fine delle restrizioni legate al Covid, il cosiddetto “lavoro agile” non è stato abbandonato, anzi in alcuni casi è diventato il protagonista delle nuove modalità organizzative aziendali.
Tuttavia, quali sono le regole in materia di sicurezza a cui deve sottostare lo smart working? Il lavoratore è tutelato anche quando svolge le proprie mansioni direttamente da casa? Lo cercheremo di scoprire nelle prossime righe analizzando la normativa di riferimento ed evidenziando anche i possibili rischi che si celano dietro questa modalità lavorativa homemade.
Lo smart working non è una novità sorta con il primo lockdown. Infatti, già la legge del 22 maggio 2017, n. 81 introduceva il lavoro agile. La pandemia ha poi indubbiamente acceso i riflettori su questa modalità di lavoro subordinata portando così il legislatore ad appore delle modifiche al testo di legge appena citato.
Possiamo affermare che durante tutto il periodo Covid lo smart working è stato favorito e sostanzialmente trasformato in un diritto, grazie ad una serie di provvedimenti ad hoc, tra cui ricordiamo:
La validità di questi provvedimenti appena citati è cessata con la fine del mese di marzo 2024, data in cui è stato definito ufficialmente concluso il periodo emergenziale. Il decreto smart working 2024 ha spostato indietro le lancette nel tempo riportando in vigore la regolamentazione del 2017.
A partire dal primo aprile dell’anno in corso, il lavoro da remoto non è più configurato come un diritto del lavoratore, ma semplicemente una modalità di esecuzione della prestazione di cui il dipendente può usufruire esclusivamente in base alle esigenze aziendali. In sostanza, è il datore di lavoro che decide quanto spazio dedicare allo smart working.
Dopo questo breve excursus normativo sull’evoluzione delle regole per lo smart working, andiamo ad osservare le misure previste per questa modalità di lavoro in materia di salute e sicurezza.
Il legislatore si è in gran parte rifatto agli obblighi previsti nel Testo Unico sulla Sicurezza (D. Lgs 81/08). Non a caso, l’art. 22 comma 1 della legge 81/2017 indica il datore di lavoro, in collaborazione con il Medico Competente e il RSPP, come colui che deve garantire la salute e la sicurezza del lavoratore che svolge la prestazione sotto forma di lavoro agile.
I turni di lavoro in smart working devono essere previsti nel contratto stipulato tra il lavoratore e il datore di lavoro, specificando esattamente quali mansioni e quanti ore verranno svolte in modalità agile.
In materia di sicurezza, il datore di lavoro deve provvedere un aggiornamento del Documento di Valutazione Rischi, che contempli anche i possibili rischi legati al lavoro da remoto, come ad esempio lo stress da lavoro correlato.
Al tempo stesso tra gli obblighi del datore di lavoro c’è anche quello di informare i lavoratori su tutti i potenziali pericoli del lavoro agile, così come deve fornire ad un’adeguata formazione dei dipendenti sullo svolgimento delle proprie mansioni in smart working.
Inoltre, il datore di lavoro è anche responsabile della sicurezza e del buon funzionamento dei dispositivi tecnologici forniti per eseguire il lavoro da casa.
I rischi legati al lavoro agile possono essere suddivisi in due categorie principali, ovvero fisici e psicologici. La prima fattispecie riguarda le classiche problematiche a cui sono soggetti coloro che lavorano con i videoterminali. Nello specifico:
Il lavoratore in smart working può usufruire degli stessi diritti previsti per gli operatori in azienda. Nel caso dei videoterminali può prendere 15 minuti di pausa ogni 120 minuti di attività davanti allo schermo.
Passiamo però ora agli aspetti psicologici. Molte di queste complicazioni sono direttamente correlate con la modalità di lavoro da remoto. Tra queste c’è la mancanza di socialità: i lavoratori non hanno un contatto diretto con i propri colleghi e l’assenza di un confronto lascia maggior spazio alle distrazioni con un conseguente calo della produttività.
Il pericolo più grande dello smart working è la possibile sovrapposizione dello spazio lavorativo con quello privato, la quale si può trasformare in un’enorme fonte di stress portando nei casi peggiori a forme di depressione ed isolamento. Proprio per questo motivo l’obiettivo della sorveglianza sanitaria nel lavoro agile è più che mai assicurare il diritto di disconnessione, stabilendo in maniera precisa i tempi e le modalità di esecuzione delle prestazioni da remoto.
Una delle domande più frequenti riguardo lo smart working è: gli infortuni durante l’orario di lavoro a casa sono coperti come quelli in azienda?
Dal momento che la prestazione eseguita e gli strumenti tecnologici utilizzati da remoto risultano i medesimi di quelli in azienda, l’Inail prevede uguali coperture, ovviamente se l’infortunio è direttamente correlato alla mansione svolta. Tuttavia, l’ente si riserva eventuali accertamenti finalizzati a verificare la sussistenza dei presupposti per definire l’eventuale incidente tra le mura domestiche come “infortunio sul lavoro”.
Il mondo del lavoro ha subito importanti mutamenti nel corso degli ultimi decenni. I contratti sono cambiati e con essi anche i modelli organizzativi all’interno delle aziende. Purtroppo, in certi casi alcune tutele sono state sacrificate sull’altare della produttività con conseguenze negative per le condizioni dei lavoratori. Tra queste va indubbiamente citata la crescita del cosiddetto stress lavoro-correlato.
Una recente indagine dimostra che circa 3 lavoratori su 10 soffrono di tale disturbo, che rientra a pieno nella categoria delle malattie professionali. Per tale motivo è necessario non sottovalutarlo e soprattutto contemplare in ogni ambiente lavorativo una strategia preventiva ben definita, che preveda la massima collaborazione tra lavoratori, datori di lavoro e tutte le altre figure preposte alla sorveglianza sanitaria, come ad esempio il medico competente.
La definizione di stress lavoro-correlato sottolinea la presenza di una disarmonia tra le richieste provenienti dal contesto lavorativo e le capacità individuali del lavoratore di affrontarle. Semplificando, ritmi di lavoro estenuanti, richieste troppo complesse, pressioni troppo accentuate e anche ambienti di lavori insalubri possono creare uno stato di tensione che nel lungo periodo potrebbe incidere negativamente sulla salute psicofisica del lavoratore.
Descrivere in maniera univoca i rischi dello stress da lavoro correlato non è un’impresa facile. Infatti, ciò che per un individuo può trasformarsi in una fonte di stress o ansia, può non esserlo per un altro. Nonostante la complessità e la soggettività del disturbo, le cause vanno ricercate generalmente in:
La valutazione dei rischi dello stress da lavoro correlato passa dall’analisi di diversi tipi di indicatori. Questi possono essere fisici e manifestarsi sotto forma di disturbi del sonno, problemi gastrointestinali, come ulcere e sindrome dell’intestino irritabile, oppure dermatologici, come eczemi e psoriasi. Nelle situazioni peggiori le conseguenze possono estendersi all’apparato cardiovascolare, con la comparsa di ipertensione e palpitazioni.
I sintomi dello stress lavoro-correlato si sviluppano in particolar modo a livello psicologico. Chi soffre questa condizione convive con stati di ansia e depressione frequenti. Il proprio livello di autostima scende sensibilmente, così come accresce la difficoltà di concentrazione ed una permanente sensazione di sovraccarico.
Tutte queste forme di disagio appena elencate possono riflettersi sull’adozione di comportamenti malsani. Lo stress causato dall’ambiente di lavoro può spingere ad un maggior consumo di alcolici e sostanze stupefacenti ed al tempo stesso verso forme di ritiro che si concretizzano nell’isolamento dai propri colleghi e – aspetto ancor più grave – dai momenti di socializzazione extra-lavorativi.
Il burnout può essere considerato l’esito finale di una condizione di stress lavoro-correlato prolungata o cronica. Si tratta di una condizione di esaurimento fisico, emotivo e mentale. Va oltre il normale affaticamento e si caratterizza per una perdita di interesse e motivazione per il lavoro: in un certo senso potrebbe essere definito come l’arrivo ad una vera e propria fase di alienazione.
Il D. Lgs 81/2008, ovvero il “Testo unico sulla Sicurezza del Lavoro” include lo stress lavoro-correlato tra i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori in azienda. Secondo il testo di legge ogni impresa ha il dovere di identificare, analizzare e gestire i fattori di stress presenti nei propri ambienti lavorativi attraverso un approccio sistematico e documentato.
La valutazione dei rischi da stress lavoro-correlato deve essere realizzata dal datore di lavoro coinvolgendo i lavoratori stessi. Il titolare dell’azienda deve documentare il processo di analisi e aggiornarlo regolarmente, in particolar modo in seguito a cambiamenti significativi nell’organizzazione del lavoro.
Nella fase di valutazione dei rischi legati allo stress da lavoro correlato, il datore di lavoro si attiene alle indicazioni fornite dal metodo INAIL, il quale si basa sull’utilizzo dei seguenti strumenti:
Qualora queste attività appena elencate non portino a risultati soddisfacenti si approfondirà l’analisi del contesto lavorativo attraverso interviste e focus group. Queste, infatti, offrono la possibilità di esplorare in maniera accurata le esperienze dei lavoratori, consentendo di cogliere sfumature che i questionari standardizzati potrebbero non rivelare.
Una volta effettuata accuratamente la valutazione dei rischi, è necessario adottare misure per eliminare i pericoli legati allo stress lavoro-correlato, e laddove non sia possibile, è doveroso ridurre al minimo il suo impatto. Le azioni intraprese per migliorare la qualità del contesto lavorativo possono concretizzarsi in una riorganizzazione del lavoro, in programmi di supporto psicosociale ed in corsi di formazione per i lavoratori.
In materia di salute e sicurezza sul lavoro, la prevenzione assume un ruolo fondamentale. Come prevenire allora i rischi da stress lavoro-correlato?
Il primo aspetto da prendere in considerazione è la riorganizzazione del lavoro stesso. La revisione delle dinamiche lavorative deve essere finalizzata ad una riduzione dei carichi eccessivi ed ad un miglioramento dell’autonomia dei lavoratori. Anche la presenza di una varietà di mansioni, in grado di non appiattire e rendere ripetitiva la giornata lavorativa, può contribuire a ridurre i livelli di stress.
La riorganizzazione deve soprattutto tenere in considerazione il work life balance, ovvero la salvaguardia del giusto equilibrio tra vita lavorativa e vita personale. I lavoratori non possono e non devono vivere la propria attività come qualcosa di totalizzante, bensì devono essere in grado di ritagliare del tempo e dello spazio da dedica alla cura di se stessi e della propria famiglia.
Tra le strategie di prevenzione più efficaci c’è anche il miglioramento delle comunicazioni tra datore di lavoro ed i dipendenti. L’impostazione di canali di comunicazione aperti e trasparenti aiuta a ridurre l’incertezza ed i malintesi. Inoltre, la promozione del dialogo crea un maggiore legame empatico tra supervisori e dipendenti, incentivando questi ultimi a fornire senza alcun tipo di remore feedback sulle condizioni lavorative e su come potrebbero essere migliorate.
Infine, è importante la presenza in ogni realtà aziendale di uno psicologo del lavoro, capace di fornire il sostegno necessario per affrontare particolari condizioni di stress.
L’applicazione di una buona strategia preventiva comporta tutta una serie di vantaggi per i lavoratori, per l’azienda e per la comunità stessa.
Partendo dal punto di vista dell’impresa una riduzione dello stress lavoro correlato determina un importante diminuzione dei casi di assenteismo e del turnover lavorativo, ovvero la sostituzione dei dipendenti “compromessi” dai livelli di stress con nuovo personale. L’inserimento di nuovi lavoratori e la loro formazione si traduce ovviamente in ulteriori costi per l’impresa. A tutto ciò si aggiungono gli eventuali costi derivanti da possibili contenziosi legati alle questioni di salute e sicurezza appena citate.
Uscendo dal perimetro aziendale, gli effetti dello stress da lavoro correlato influiscono sulla società e sul sistema sanitario. In che modo? Da un lato, la malattia professionale compromette la qualità della vita dei dipendenti sia dal punto di vista sanitario, con lo sviluppo delle patologie viste in precedenza, sia da quello sociale, a causa dell’insorgere di situazioni di isolamento e tensioni familiari.
La crescente domanda di cure mediche mette irrimediabilmente sotto pressione l’intero sistema sanitario facendo ricadere i costi sulla collettività.
Parlare di “salute mentale” è ancora troppo spesso considerato un tabù, soprattutto in quei contesti lavorativi nei quali la cultura aziendale esalta il mito della produttività e della crescita professionale. Tuttavia, proprio in questi luoghi il rischio di ansia, stress e burnout è altissimo e di conseguenza, è più che mai essenziale la figura di uno psicologo del lavoro in azienda.
Quali sono le sue mansioni e di che cosa si occupa nello specifico? L’opinione comune ci porta a pensare che l’esperto in psicologia del lavoro si occupi esclusivamente del benessere mentale dei dipendenti. In realtà, il suo contributo è decisamente più ampio.
Nelle prossime righe osserveremo in cosa consistono le sue responsabilità e ci soffermeremo in particolar modo su quanto la sua attività sia determinante per la stabilità e l’efficienza dell’impresa stessa.
Prima di entrare nel vivo delle sue funzioni, è doveroso osservare il percorso accademico necessario per diventare uno psicologo del lavoro. Conoscere il background di questa professione ci permette di comprendere quali sono le competenze sviluppate negli anni di studio e come queste verranno successivamente applicate in azienda.
Il punto di partenza è il conseguimento della laurea in Psicologia del Lavoro, o per meglio dire, della laurea magistrale in Discipline Psicologiche. All’interno dell’iter di studio il candidato per ricoprire l’attività di psicologo del lavoro dovrà scegliere l’indirizzo appositamente dedicato alla medicina del lavoro.
Una volta ottenuta la laurea, l’aspirante psicologo dovrà effettuare un tirocinio di un anno ed infine sostenere l’esame di Stato per iscriversi all’Albo dell’ordine degli psicologi. La sua formazione però non termina qui. Infatti, sono molti coloro che decidono di frequentare un corso di formazione post-universitario per specializzarsi ulteriormente in campi affini, come ad esempio quello della psicologia delle organizzazioni o della psicologia sociale.
Durante il lungo percorso di studio lo psicologo del lavoro acquisirà una base importante di competenze riguardanti:
Passiamo ora ad analizzare da vicino il ruolo dello psicologo del lavoro all’interno dell’azienda. Che cosa fa nello specifico?
Come già anticipato nelle righe precedenti, le sue mansioni spaziano dal supporto psicologico dei dipendenti al miglioramento dell’organizzazione aziendale, dalla selezione del personale alla risoluzione dei conflitti sul luogo del lavoro.
Il contributo dello psicologo del lavoro nel processo di recruiting è fondamentale. Da un lato aiuta l’azienda a valutare direttamente i profili dei candidati, dall’altro imposta le fasi di selezione. Nello specifico si occupa dell’ideazione di schemi di colloquio, test psicometrici, esercizi di valutazione e tanto altro ancora.
L’analisi del comportamento dei futuri dipendenti non si conclude con il processo di selezione. Una volta entrati in azienda, lo psicologo del lavoro continua a monitorare le loro attività aiutando anche a far emergere i potenziali talenti.
La direzione solitamente non ha piena consapevolezza delle capacità della propria forza lavoro. Così, può capitare che un dipendente venga messo a svolgere delle mansioni in cui non riesce ad esprimere al meglio il proprio potenziale.
Il compito dello psicologo del lavoro è anche individuare determinate situazioni e stimolare con gli strumenti idonei i lavoratori nel proprio percorso di crescita professionale. La scoperta del “talento inespresso” può trasformarsi nella chiave per la soddisfazione del dipendente ed al tempo stesso il volano per un miglioramento delle prestazioni aziendali.
Le situazioni familiari ed in generale extra-lavorative incidono indubbiamente sul rendimento lavorativo. Proprio per questo motivo è di vitale importanza che ogni dipendente possa trovare uno “sportello d’ascolto” anche in azienda.
Come nel gioco del domino, il tassello del “malessere” dei lavoratori cade a cascata sul clima aziendale e di conseguenza sulla produttività dell’impresa. Per evitare l’insorgere di un tanto temuto e poco auspicato “effetto a catena”, lo psicologo del lavoro punta quotidianamente a salvaguardare la salute mentale di tutti gli individui presenti nel contesto lavorativo.
A tal proposito, organizza sedute individuali o di gruppo per ascoltare i bisogni ed i turbamenti dei dipendenti ed intraprendere così un percorso verso la risoluzione delle varie problematiche e verso il raggiungimento del benessere aziendale collettivo.
Un altro dei compiti fondamentali dello psicologo del lavoro è rappresentato dal suo ruolo nella risoluzione dei conflitti interni all’azienda. In questa fattispecie diventa il mediatore perfetto tra le istanze ed i malumori dei dipendenti, e le prospettive e le esigenze della direzione. Grazie alle sue competenze, riesce a colmare quei vuoti comunicati che troppo frequentemente si creano tra i livelli della struttura gerarchica dell’azienda.
Le mansioni dello psicologo del lavoro si spingono anche fino all’organizzazione aziendale: aiuta a progettare sistemi di valutazione che consentono all’azienda di misurare e gestire al meglio le prestazioni dei propri dipendenti. Così facendo, la direzione è in grado di identificare eventuali lacune nell’organizzazione ed intervenire assumendo nuovo personale e mettendo a disposizione corsi di formazione finalizzate allo sviluppo delle competenze dei lavoratori.
I cambi nell’organizzazione sono anche le principali fonti di stress ed ansia nell’ambiente di lavoro. L’introduzione di nuovi processi aziendali ed eventuali cambi di mansione mettono a dura prova la stabilità emotiva dei lavoratori. Le attività svolte dallo psicologo del lavoro faranno in modo che l’impatto dei cambiamenti sia contenuto e soprattutto che non abbia effetti negativi sui dipendenti.
Con il termine cardiopatia si fa riferimento a quell’insieme di malattie che interessano il nostro cuore. Le patologie riguardanti questo organo così fondamentale per le nostre vite sono numerose. Quali sono? E soprattutto come riconoscerle?
Nei prossimi paragrafi andremo alla scoperta del significato delle diverse cardiopatie, soffermandoci sui loro sintomi e prestando particolare attenzione al tema della prevenzione, arma importantissima per ridurre le incidenze delle malattie del cuore.
Osservando le tante patologie del cuore, la prima distinzione da fare è tra cardiopatie congenite e cardiopatie acquisite.
Le prime sono presenti fin dalla nascita, spesso dovute a fattori genetici. Queste includono alterazioni nella struttura cardiaca, come difetti a carico degli atri, dei ventricoli, dei setti che li dividono o delle valvole che regolano il flusso sanguigno. Tra le cardiopatie congenite si annoverano i difetti interatriali, i difetti interventricolari, il forame ovale pervio, l’ipertensione polmonare, il soffio al cuore e le aritmie cardiache.
Le cardiopatie acquisite, invece, sono malattie che colpiscono il cuore nelle fasi successive della vita, a seguito di altre condizioni ambientali o patologie. Tra gli esempi più noti troviamo la coronaropatia e la cardiopatia ipertensiva. Queste possono compromettere significativamente la funzionalità del cuore, portando a conseguenze gravi, come la cardiopatia ischemica, caratterizzata da un ridotto afflusso di sangue ai tessuti cardiaci.
Insieme all’infarto del miocardio e l’angina pectoris, rappresenta la forma più diffusa di cardiopatia acquisita.
Le cause che concorrono all’insorgere delle cardiopatie sono molteplici. Tralasciando le cardiopatie congenite appena osservate, tra i principali indiziati per le malattie cardiache inseriamo indubbiamente uno stile di vita poco sano.
Le cattive abitudini, come l’abuso di alcol e di tabacco, influenzano notevolmente lo stato di salute del nostro cuore. Queste due sostanze danneggiano le arterie e sono responsabili di un aumento della frequenza cardiaca, la quale nel lungo periodo può dare origine ad ictus ed infarti.
Sul banco degli imputati finisce anche la cattiva alimentazione. Solo in Italia si contano oltre 400mila obesi: è un dato preoccupante e potenzialmente letale. Infatti, il grasso corporeo in eccesso comporta ipertensione, sindrome metabolica, diabete e fibrillazione atriale. Tutte queste patologie appena elencate si associano all’insufficienza cardiaca.
All’abuso di sostanze e agli eccessi a tavola, si aggiunge anche lo stress come buon alleato delle cardiopatie. Avere una vita frenetica costellata da ansie e preoccupazioni non fa certamente bene al nostro cuore. Le ricerche scientifiche hanno evidenziato come lo stress influisca sulla pressione sanguigna e sul restringimento dei vasi sanguigni.
I pericoli però legati allo stress non finiscono qui: alcuni studi lo reputano responsabile dell’attivazione del midollo osseo e del conseguente rilascio di cellule infiammatorie, in grado di provocare un’infiammazione aterosclerotica contraddistinta dalla formazione di placche e trombi.
La lista delle cardiopatie è decisamente lunga. Proviamo a dare uno sguardo alle patologie più diffuse:
Oltre alle problematiche appena elencate, esistono tutta una serie di cardiopatie specifiche, come ad esempio la già citata cardiopatia ischemica, la quale consiste in una riduzione acuta o cronica dell’apporto di ossigeno al muscolo cardiaco, che determina una riduzione delle sue funzionalità, La principale causa di questa forma di cardiopatia è l’arteriosclerosi, ovvero la presenza di placche ad elevato contenuto di colesterolo nelle arterie coronarie.
Tra le malattie del cuore un tempo più diffuse va segnalata anche la cardiopatia reumatica. Questa è associata generalmente ad un’infiammazione dovuta ad una risposta anomala del sistema immunitario. Si sviluppa in soggetti geneticamente predisposti in seguito ad un’infezione alla faringe e alle tonsille provocata dallo steptococco A.
L’infiammazione, se non trattata tempestivamente, può tramutarsi in febbre reumatica, la quale può causare danni anche permanenti alle valvole cardiache, dando origine così alla cardiopatia reumatica.
La comprensione dei sintomi delle cardiopatie è fondamentale per applicare un trattamento tanto efficace quanto rapido. Le varie patologie viste fin qui possono manifestarsi con una varietà di sintomi, che variano a seconda del tipo specifico di malattia cardiaca presente e della sua gravità.
Ecco quali sono quelli più comuni:
In base ai sintomi lamentati dal paziente verranno effettuati una serie di esami specifici. I più diffusi sono:
Uno degli strumenti più efficaci per gestire le cardiopatie è ovviamente la prevenzione. Una persona cardiopatica ha l’obbligo ed il dovere di apportare delle modifiche al proprio stile di vita per evitare che la propria malattia si comprometti ulteriormente.
Tra gli accorgimenti da seguire c’è una dieta equilibrata e sana, che permetta di tenere sotto controllo il peso corporeo. Contemporaneamente, è necessario limitare l’uso di alcolici e possibilmente smettere di fumare. È altrettanto essenziale imparare a gestire lo stress, magari avvicinandosi alle tecniche di rilassamento e alla miindfullness.
Il cardiologo generalmente sottoscrive ai pazienti cardiopatici anche una farmacoterapia in base alla patologia riscontrata. I farmaci più utilizzati sono i seguenti:
In alcuni casi può essere necessario ricorrere ad interventi chirurgici, che ormai potremmo definire di routine. Tra questi ci sono l’angioplastica con stent, utili ad aprire le arterie coronarie e migliorare il flusso sanguigno, così come l’installazione di pacemaker per gestire le aritmie.
Nel campo cardiaco la medicina ha fatto passi da giganti ed ormai le tante persone cardiopatiche, grazie ai vari trattamenti presenti, possono godere di un’ottima qualità della vita. L’importante è affidarsi al gusto specialista: il team di professionisti del Poliambulatorio Galeno è pronto a prendersi cura di te! Scopri la sede più vicina!